Pussy Riot: la lettera integrale di Nadya in cui denuncia la verità sulle carceri russe

Pussy Riot: la lettera integrale di Nadya in cui denuncia la verità sulle carceri russe

Ecco la lettera integrale che la leader della Pussy Riot, Nadya Tolokonnikova, ha inviato al suo legale

Pussy Riot, la lettera di Nadya – Nadya Tolokonnikova, la leader delle Pussy Riot, internata al campo numero 14, in Mordovia, 500 km a est di Mosca, in una lunga lettera inviata al suo avvocato, ha detto di temere per la sua vita. L’attivista, all’interno della missiva, afferma di avere paura di quelli che lei stessa definisce i ‘carnefici’ del sistema penitenziario russo. Proprio nella giornata di ieri, l’attivista è riuscita a piegare le autorità russe con l’annuncio di un nuovo sciopero della fame, ottenendo così di essere trasferita in un carcere diverso dal campo numero 14.

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La lettera di Nadya – Ecco la lettera integrale che la leader della Pussy Riot, Nadya Tolokonnikova, ha inviato al suo legale. All’interno di essa si legge un’accurata descrizione della crudeltà e delle condizioni in cui sono costrette a vivere le detenute nella colonia penale in cui l’attivista è rinchiusa da oltre un anno.

Da lunedi 23 settembre ho iniziato lo sciopero della fame. E’ un metodo estremo, ma sono convinta sia attualmente la mia sola via d’uscita. L’amministrazione della colonia penale rifiuta di ascoltarmi. Ma io, a mia volta, rifiuto di recedere dalle mie richieste. Non voglio rimanere in silenzio, rassegnata a guardare come le mie compagne di prigionia collassino sotto il peso di condizioni di schiavitù. 

Chiedo il rispetto dei diritti umani, esigo che il campo di Mordovia funzioni in conformità con la legge. Esigo che veniamo trattati come esseri umani, non come schiave. E’ passato un anno da quando sono arrivata alla Colonia penale n° 14 nei pressi di Parts. Come dicono le prigioniere: “Chi non ha mai subito parte della pena in Mordovia è come se non ne avesse subita affatto.” Avevo iniziato a sentir parlare di questa colonia penale ancora al Centro di detenzione pre-processuale n° 6 a Mosca. 

Qui hanno i più alti livelli di sicurezza, le giornate lavorative più lunghe e la violazione dei diritti più sfacciata. Mandarti a Mordovia è come mandarti al patibolo. Fino all’ultimo si spera: “Forse non ti invieranno lì dopo tutto.. forse succederà qualcosa..” Ma non successe niente e nell’autunno del 2012 arrivai al campo sulle rive del Partsa – che mi salutò con le parole del vice capo della colonia penale, e suo amministratore de-facto, il tenente colonnello Kupriyanov: “Sappi che se si tratta di politica sono stalinista”. Il Colonnello Kulagin (l’altro che amministra con lui) nel primo giorno mi ha chiamato a colloquio per costringermi a confessare la mia colpa. “Vi è andata male. Non è così? Sei stata condannata a due anni nella colonia; la gente di solito cambia idea quando la cosa si mette così male. Se vuoi essere rilasciata sulla parola nel più breve tempo possibile, non hai che da confessare la tua colpa. Se non lo fai, non sarà possibile ottenere la condizionale”. Gli ho detto subito che mi sarei limitata a lavorare le 8 ore al giorno come prescritto dal codice del lavoro. “Il codice è una cosa – ma ciò che conta qui è soddisfare la vostra quota di lavoro assegnato. Se non ce la fai, dovrai fare lavoro straordinario. Abbiamo spezzato volontà più forti della tua” fu la sua risposta. La mia brigata lavora nel laboratorio di cucito 16-17 ore al giorno. Dalle 7emezza a mezzanotte e mezza. Nel migliore dei casi abbiamo 4 ore di sonno a notte. Abbiamo solo un giorno libero una volta ogni mese e mezzo. Lavoriamo quasi ogni domenica. Le prigioniere scrivono richieste di poter lavorare nel fine settimana senza volerlo fare: naturalmente non c’è nessuna volontà simile. Queste richieste sono scritte per ordine dell’amministrazione e sotto la pressione di altre prigioniere che aiutano a farla rispettare. Nessuno osa disobbedire a questi ordini, nessuno osa non sottoporre tali richieste a “poter lavorare” anche di domenica, si intende fino all’una di notte. Una volta, una donna di 50 anni ha chiesto di ritirarsi alle 20 per poter andare a letto alle 10 di sera e avere almeno una volta alla settimana 8 ore di sonno. Si sentiva male, aveva la pressione alta. In risposta ha subito un’aggressione di gruppo in cui è stata insultata e umiliata, tacciata di parassita. “Cosa credi, di essere l’unica che vuole più sonno? Hai bisogno di lavorare di più, vacca!”. Se qualcuna della brigata non viene a lavorare per ordine del medico, subisce anche bullismo. “Ho lavorato con la febbre a 40 e andava bene. Chi credi si accollerà la tua parte?”. La mia unità mi ha accolto con le parole di una compagna che stava per concludere la sua condanna di 9 anni: “I maiali hanno paura di toccarti direttamente. Vogliono farlo con le mani di altre detenute”.

Su ordine dell’amministrazione le più anziane responsabili delle brigate hanno compiti di privare dei diritti le compagne recluse, di terrorizzarle e trasformare in schiave mute. Disciplina e obbedienza vengono imposte con un sistema ampiamente integrato da azioni non ufficiali, come: impedire alle prigioniere di rientrare costringendole nella lokalka [un corridoio recintato tra due aree nel campo] “finché le luci non siano spente”. Che sia autunno o inverno. Nella seconda brigata (composta da disabili e anziane), dopo una giornata in lokalka a una donna hanno dovuto amputare le dita e un piede. Togliere alle detenute “i privilegi di igiene” (viene vietato loro di lavarsi o usare il bagno), o “i privilegi tea-room”: cioè viene loro vietato di mangiare il proprio cibo, o di bere.  

E’ grottesco e spaventoso sentir dire a una donna di 40 anni: “guarda quanto si sono accaniti oggi forse non succederà anche domani!”. Lei non può lasciare il laboratorio nemmeno per fare pipì o prendere una caramella dalla sua borsa. E’ vietato. 

Desiderando solo un po’ di sonno o un sorso di tè, la prigioniera molestata e sporca diventa come stucco obbediente nelle mani dell’amministrazione, che ci vede solo come schiavi da far lavorare a piacimento. Nel giugno 2013 lo stipendio che ho ricevuto per l’intero mese era di 29 Rubli [l’equivalente di 60 centesimi di Euro]. La nostra brigata cuce ogni giorno 150 divise di polizia. Dove va il denaro che ci fanno sopra? 

Per il campo sono stati stanziati fondi diverse volte, per acquistare nuove attrezzature. Ma la direzione si limita a far ridipingere le macchine da cucire con le mani dei suoi operai. Cuciamo con macchinari esausti, fisicamente e moralmente esauste. Secondo il codice del lavoro quando le apparecchiature non corrispondono agli standard, le quote di produzione devono essere abbassate in relazione a precise convenzioni commerciali. Ma qui le quote salgono e basta, improvvisamente e miracolosamente. “Se intravedono che è possibile consegnare 100 uniformi, faranno aumentare il minimo a 120!” dice una veterana che fa andare le macchine. E non si può non riuscire a consegnare, altrimenti tutta la vostra unità sarà punita, l’intera brigata: per esempio tutte saranno costrette a stare nel cortile per ore. Senza permesso di usare il bagno. Senza il permesso di prendere un sorso d’acqua.

Due settimane fa, le quote di produzione per tutte le brigate sono state arbitrariamente aumentate di 50 unità: se prima il minimo era di 100 divise per giorno, ora è di 150. Secondo il codice del lavoro, i lavoratori dovrebbero essere informati di un cambiamento nella quota di produzione almeno due mesi prima. A PC-14, appena svegliati un giorno ci si ritrova con una nuova quota perché così salta in testa a uno degli amministratori del nostro “sfruttamento” (come le prigioniere chiamano la colonia). Anche se il numero di persone nella brigata diminuisce (perché ne vengono rilasciate o trasferite), la quota cresce e chi resta deve lavorare sempre più duramente. I manutentori dicono di non avere i componenti necessari per riparare i macchinari e che non riescono a ottenerli. “Mancano i pezzi! Quando arriveranno? Stai scherzando? Questa è la Russia. Che domanda è?” Durante i miei primi mesi nella zona di lavoro, sono diventata praticamente un meccanico. Ho imparato per necessità. Mi sono gettata alla mia macchina, col cacciavite in mano, cercando disperatamente di risolvere il problema. Le tue mani sono trafitte dai segni degli aghi e coperte di graffi, il tuo sangue copre tutto il piano di lavoro, ma ancora devi continuare a cucire. Voi siete una parte della catena di montaggio e dovete completare il vostro compito, come esperte cucitrici. Nel frattempo, la maledetta macchina continua a rompersi. Poiché sei l’ulitma arrivata e c’è un deficit, finisci con la peggiore attrezzatura – il motore più debole sulla linea. E ora si è rotto di nuovo, e ancora una volta, si corre per trovare il meccanico, che è impossibile da trovare. Ti gridano adosso e ti rimproverano perché rallenti la produzione. Non ci sono nemmeno corsi di cucito presso la colonia, le nuove arrivate vengono messe senza tanti complimenti davanti alle loro macchine e ricevono i loro incarichi.

“Se tu non fossi Tolokonnikova, ti si sarebbe presa a calci molto tempo fa”, dicono altre detenute con stretti legami con l’amministrazione. E’ vero: le altre vengono picchiate per non essere in grado di tenere il passo. Vengono colpite sui reni e in viso. Le prigioniere stesse lo fanno, senza l’approvazione di nessuno e senza informare l’amministrazione. Un anno fa, prima di venire qui, una zingara nel terzo gruppo è stata picchiata a morte (il terzo è l’unità di pressione dove mettono i prigionieri da sottoporre a percosse quotidiane). È morta nel reparto medico del PC-14, ma l’amministrazione ha coperto la cosa: la causa ufficiale della morte è stato un infarto. In un’altra unità, nuove sarte che non riuscivano a stare al passo sono state spogliate e costrette a cucire nude. Nessuna osa lamentarsi con la direzione, perché tutto quello che faranno sarà sorridere e reinviarti nel gruppo, dove la “spia” sarà pestata su ordine di quella stessa direzione, che considera il nonnismo controllato il miglior metodo per costringere le detenute alla totale sottomissione all’abuso sistematico dei diritti umani.

Un’atmosfera minacciosa e ansiosa pervade la zona di lavoro. Eternamente private del sonno, sopraffatte dalla corsa senza fine a produrre inumanamente grandi quote, le detenute sono sempre sul punto di crollare, urlandosi contro a vicenda, in lotta per le più piccole cose. Proprio di recente, una giovane donna si è ferita alla testa con un paio di forbici, per non aver consegnato un paio di pantaloni in tempo. Un’altra ha cercato di aprirsi lo stomaco aperto con un seghetto. L’hanno fermata.

Quelle che si trovavano nella PC-14 nel 2010, l’anno del fumo e del fuoco, dicono che mentre gli incendi si avvicinavano alle mura della colonia, le prigioniere hanno dovuto continuare ad andare alla zona di lavoro per produrrre le loro quote. A causa del fumo, non si vedeva a due metri di distanza, ma andarono tutte a lavorare lo stesso, coprendo i volti con fazzoletti bagnati. A causa delle condizioni di emergenza la mensa non funzionava. Diverse donne mi hanno detto che erano così terribilmente affamate che hanno iniziato a scrivere diari per documentare l’orrore di ciò che stava accadendo. Quando i fuochi furono finalmente domati, la sicurezza del campo ha strappato loro questi diari in modo che nessuna di queste testimonianze potesse uscire all’esterno.

Le condizioni igieniche e residenziali del campo sono studiate per far sentire la prigioniera come un animale sporco, senza alcun diritto. Oltre alle “stanze igieniche” nei dormitori c’è anche una “stanza di igiene generale” con uno scopo correttivo e punitivo. Questa camera dispone di una capacità di cinque persone, ma sono inviate a lavarsi lì tutte le 800 prigioniere della colonia. Noi non dobbiamo lavarci nei bagni nella nostra caserma – sarebbe troppo facile. Nella “stanza di igiene generale”, in eterna fretta, le donne tentano di lavarsi le “balie” (come le chiamano in Mordovia) in piccole vasche il più velocemente possibile, ammucchiate l’una sull’altra. E’ permesso di lavare i capelli una volta alla settimana, ma anche questo giorno viene spesso cancellato. Una pompa si rompe o l’impianto idraulico viene fermato. A volte, il mio gruppo non può fare il bagno per due o tre settimane.

Quando l’impianto idraulico si rompe, spruzzi di urina e di feci colano fuori dai bagni. Abbiamo imparato a sbloccare i tubi di noi stesse, ma i nostri successi durano poco, presto vengono vanificati di nuovo. La colonia non ha uno strumento per la pulizia dei tubi. Si arriva a fare il bucato una volta alla settimana. La lavanderia è una piccola stanza in cui tre rubinetti versano deboli getti di acqua fredda.

Deve anche essere una misura correttiva dare alle prigioniere solo pane raffermo, latte fortemente annacquata, miglio tutto ammuffito e patate marce. Quest’estate hanno portato sacchi di viscide patate nere alla rinfusa e ci hanno nutrito con quelle.

Le violazioni delle condizioni di vita e di lavoro nella PC-14 sono infinite. Tuttavia la mia denuncia principale e più importante riguarda la più grave di tutte: cioè che l’amministrazione impedisca, con i più vessatori mezzi, che qualsiasi reclamo riguardante le condizioni della PC-14 esca dalle sue mura. La direzione costringe le persone a rimanere in silenzio. A tal fine non disdegna di utilizzare i metodi più bassi e crudeli. Tutti gli altri problemi discendono da questo – l’aumento arbitrario delle quote di produzione, le giornate lavorative di 16 ore e così via. L’amministrazione si sente intoccabile e opprime sbadatamente le prigioniere con crescente gravità. Non riuscivo a capire perché tutti tacessero finché non mi sono trovata di fronte alla valanga di guai in cui cade la prigioniera che decide di parlare. I reclami, semplicemente, non lasciano il carcere. L’unica possibilità è quella di tentare attraverso un avvocato o parenti, ma nel frattempo l’amministrazione, gretta e vendicativa, avrà utilizzato tutti i suoi meccanismi di pressione per mostrare alla prigioniera che le sue lamentele non aiuteranno nessuna, se non a peggiorare le cose. Usano punizioni collettive: se ti lamenti di non avere acqua calda la tolgono completamente.

Nel maggio del 2013 il mio avvocato Dmitry Dinze ha presentato una denuncia in merito alle condizioni della PC-14 all’ufficio del procuratore. Il vice capo della colonia, il tenente colonnello Kupriyanov, ha immediatamente reso le condizioni nel campo insopportabili. C’è stato un susseguirsi di indagini, un diluvio di relazioni su tutti i miei conoscenti, sequestri di vestiti pesanti e minacce di sequestro delle calzature invernali. Al lavoro si vendicano con incarichi di cucito complicati, aumenti delle quote e malfunzionamenti. I capi del gruppo accanto al mio, longa mano del tenente colonnello Kupriyanov, hanno chiesto apertamente alle prigioniere di interferire con il mio lavoro in uscita in modo di potermi inviare alla cella di punizione per “danni alle proprietà del governo” e hanno ordinato di provocare liti con me.

E’ possibile tollerare tutto finché qualcosa influisce solo su di te. Ma il metodo di punizione collettiva è soverchiante. Significa che la vostra unità, o anche l’intera colonia, è tenuta a sopportare con te la tua punizione. Questo include, a peggiorare le cose, le persone che ti sono più care. A una delle mie amiche è stata negata la libertà vigilata che attendeva da sette anni, lavorando duramente per superare le sue quote di lavoro. Le è stato rimproverato di aver bevuto il tè con me. Quel giorno il tenente colonnello Kupriyanov l’ha trasferita a un’altra unità. Un’altra a me vicina, una donna molto colta, è stata gettata nello “unità stress” a subire percosse quotidiane, perché stava discutendo con me di un documento del Dipartimento di Giustizia dal titolo: “Norme per il codice di condotta in strutture correzionali”. Hanno presentato relazioni su tutti quelli che hanno parlato con me. Mi fa male che queste persone siano costrette a subire. Sorridendo, il tenente colonnello Kupriyanov mi ha detto poi: “probabilmente non hai amici a sinistra!” Ha spiegato che tutto stava accadendo a causa della denuncia di Dinze (l’avvocato).

Ora vedo che avrei dovuto avviare lo sciopero della fame fin dalla prima volta in cui mi sono trovata in questa situazione. Tuttavia, l’enorme pressione esercitata (a causa mia) dalla direzione sulle mie compagne di prigionia ha condotto anche me a fermare i reclami sulle condizioni della colonia.

Tre settimane fa, il 30 agosto, ho chiesto al tenente colonnello Kupriyanov di concedere otto ore di sonno alle prigioniere nella mia brigata di lavoro, diminuendo la giornata lavorativa di 16-12 ore. “Bene, a partire da lunedi la brigata lavorerà solo otto ore per volta”, ha risposto. Un’altra trappola perché è fisicamente impossibile soddisfare l’aumento della quota in 8 ore. In questo modo la brigata non avrà il tempo sufficiente e di conseguenza dovrà affrontare una punizione. “Se qualcuno viene a sapere che ci sei tu, dietro tutto ciò, non avrai più niente da lamentarti. Dopo tutto, non c’è niente di cui lamentarsi nella vita dopo la morte” Kupriyanov fece una pausa. “E infine, mai chiedere le cose per gli altri. Solo chiedere per sè stessi. Ho lavorato nei campi per molti anni, e quelli che vengono a chiedermi le cose per gli altri vanno direttamente dal mio ufficio alla cella di punizione. Sei la prima a cui questo non accadrà”.

Nel corso delle settimane successive la vita nella mia unità e nella brigata di lavoro è diventata impossibile. Le detenute più vicine alla direzione premevano sulle altre per ottenere vendetta. “Ti sarà vietato avere tè e cibo, pause per il bagno, e il fumo per una settimana. Andrai incontro a punizioni se non inizi a comportarti in modo diverso con le nuove arrivate e soprattutto con Tolokonnikova. Devi trattarle come sei stata trattata tu. Sei stata picchiata? Certo che si. Ti hanno strappato la bocca? Si. Vaffanculo allora. E’ così che non sarete punite”.

Più e più volte hanno cercato di farmi litigare con loro, ma qual è il senso di attaccare persone che non sono padrone di se stesse, che agiscono solo su ordine dell’amministrazione?

Le prigioniere a Mordovia hanno paura delle proprie ombre, sono completamente terrorizzate. Se solo ieri erano ben disposte e imploravano, “facciamo qualcosa per ridurre la giornata di lavoro!” dopo che l’amministrazione ha iniziato a mettermi sotto hanno paura anche solo a parlare con me.

Mi sono rivolta all’amministrazione con una proposta per affrontare il conflitto. Ho chiesto che allentassero la pressione su di me esercitata da loro e dalle prigioniere sotto il loro controllo; che abolissero il lavoro da schiave riducendo la lunghezza della giornata lavorativa e diminuendo le quote secondo la legge. Ma la pressione è solo aumentata. Perciò dal 23 settembre inizio lo sciopero della fame e rifiuto di partecipare alla schiavitù del lavoro. Lo farò fino a quando l’amministrazione inizierà a rispettare la legge e smetterà di trattare le donne in carcere come esseri espulsi dal regno della giustizia con il solo scopo di aumentare la produzione dell’industria del cucito. Fino a quando inizieranno a trattarci come esseri umani.

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    […] di attivisti aveva protestato per mesi davanti al campo di prigionia, Nadya aveva scritto una lettera al Guardian e la Russia si era affrettata a completare il quadretto facendo sparire la donna. Dov’è la […]

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    […] di antireligiosità, di frustrazione femminista e di vandalismo in luoghi pubblici c’è chi nelle Pussy Riot ha saputo leggere il senso dei loro brevi attacchi punk al sistema e lo ha abbracciato in una causa […]