Intervista esclusiva su FemaleWorld.it a Pupi Avati, uno dei più grandi registi del panorama italiano ed internazionale
Delicatissimo narratore e interprete delle vicende e dei sentimenti umani, nel suo realismo Pupi Avati fa trasparire un radicato senso delle tradizioni e una spiritualità profonda. Il suo nuovo film “Le nozze di Laura“, andato in onda il 7 dicembre scorso, nella prima rete televisiva nazionale, ispirato ad una celebre parabola del Vangelo di Giovanni riletta in chiave moderna, si è rivelato una proposta televisiva di grande spessore dal punto di vista culturale ed etico, davvero inusuale nell’ evidenziare le tante fragilità umane della nostra società contemporanea. Alla vigilia della festa più importante dell’anno Pupi Avati parla del suo Natale: il Natale di Pupi nei ricordi di bambino, e il Natale di oggi nelle emozioni del presente.
Se dovesse chiedere qualcosa oggi, come uomo di questo tempo, cosa chiederebbe davanti a Gesù Bambino nella mangiatoia che lo accoglie nella capanna di un presepio?”
Forse la cosa che mi manca di più è questa capacità di tornare a provare quel sentimento, quello spirito dell’attesa della vigilia dell’evento come allora avveniva in tutte le case e soprattutto a casa mia.
Come era atteso il Natale nella sua famiglia?
C’era una lunga preparazione che non si riferiva soltanto alla Chiesa, ma nella mia famiglia, un gioco che iniziava al palesarsi dell’inverno, e tutta la negatività della stagione era temperata, addolcita dal fatto che dentro di esso con tutte le sue avversità, il freddo, le giornate corte, conteneva l’evento della nascita un bambino, centrale per la storia umana, la festa delle feste. Non ce n’era un ‘altra così importante, come il Natale. Lo era in senso sacrale anche per noi bambini. Al più piccolino veniva assegnato il compito di portare attraverso un percorso per tutta la casa, in processione, il Bambinello, seguito da tutti gli altri con le candeline accese, e di deporlo nel presepe.
C’è un Natale in particolare che Pupi ricorda?
Il Natale del 1943. Eravamo sfollati, nella casa in campagna a S. Leo, nell’Appennino Tosco Emiliano, attiguo al comando tedesco. Avevo cinque anni, ma me lo ricordo benissimo, non potevamo uscire e nel mio presepe mancavano il bue e l’asinello. Io mi sentivo insoddisfatto per questo. Mio padre e mio nonno, rischiando di essere catturati dai tedeschi, di nascosto, di notte, andarono a Bologna e acquistarono le due statuine in una bancarella del mercatino di s. Lucia. Felicemente potei completare il mio presepe. Questo era il livello di sacrificio dei miei genitori nei riguardi della felicità di un figlio…
E ripercorrendo questo viaggio nella memoria quali altre tradizioni si riaffacciano nella mente?
A l ritorno della messa di mezzanotte lo scartare sotto l’albero i regali di babbo Natale. Babbo Natale è arrivato tardi nella mia vita. Per noi era Gesù Bambino a portare i regali e io credo che proprio questo fosse lo stupore, l’attesa. La magia era proprio questa che i grandi in qualche modo ti inculcavano, facendoti contare i giorni, ma poi anche i doni così poco frequenti! Erano momenti eccezionali nel corso dell’anno, il Natale aveva anche questa poesia.
Come ha vissuto poi i Natali Pupi Avati nell’età adulta divenuto personaggio di successo?
Nell’età adulta per anni mi sono speso per le mie battaglie professionali, cercando di trovare in qualche modo una mia identità, cercando di essere molto esposto all’esterno quindi di essere il più concreto e pragmatico possibile e probabilmente, come genitore, non sono stato veramente capace di raccontare un Natale e trasferire ai miei figli quello che avevo ricevuto dai miei genitori. Aimè, si è più sintetizzato un Natale sempre più consumistico, arrivando a regalare i soldi per comprare quello che più piace. E’ la sintesi, la rappresentazione del Natale di oggi. Invecchiando però, essendo ritornato più bambino in un ritorno a casa che è un po’ la quarta età in cui alla nostalgia della giovinezza si sostituisce la nostalgia dell’infanzia e avendo anche la fortuna di avere nipotini, ci si riavvicina a quel candore perché se non c’è qualcuno che ci crede davvero è difficile essere restituiti a quell’età remota. Attraverso i miei nipotini io rivivo abbastanza quegli stati d’animo di allora, e li rivivo delegando a loro l’attendere l’immaginare, il sognare quelle atmosfere che sono state di un tempo.
Quanto sono importanti l’attesa , la sorpresa, il sogno?
La dimensione dell’attesa, dell’immaginazione, del sogno rende grande il tuo mondo. Quanto è grande la tua immaginazione è grande la vastità della tua esperienza, di quello che fai e di quello che ti attende, e grande quanto è grande la tua capacità di illuderti. Non c’è diversa soluzione. La realtà è asfittica, molto ristretta, molto limitata, è fatta di somme e di sottrazioni. La dimensione dell’attesa, dell’immaginazione e del sogno in ognuno di noi fortunatamente è presente, ma c’è chi l’ha tacitata, e chi ha l’imbarazzo addirittura di esporla, poi ci sono delle persone più sfrontate, spudorate, ed io appartengo a questa categoria.
In “Le nozze di Laura” lei ha scelto la parabola del Vangelo in cui Gesù compie il primo miracolo . Bisogna credere nel miracolo?
Ricandidare l’impossibile come un momento dell’esistenza che possa anche accadere è secondo me necessario. Ho riproposto la parabola delle nozze di Cana perché mi è sembrato che in questo momento della nostra storia la disperazione alberga in tanta umanità. Si ha bisogno di credere anche nelle cose grandi che hanno a che fare con l’impossibile. Capita nella vita di chiedere quello che la ragione, la scienza o la legge, le regole non ti possono dare: è l’impossibile, è il miracolo.
Quali atmosfere vivrà Pupi Avati, l’eccellenza del cinema italiano, nel Natale quest’anno?
Il Natale, invecchiando, mi torna come quel qualcosa di festoso, di misterioso, di sacro. Mi riferisco all’avvicinarsi sempre di più al mio punto di partenza, al mio punto di ritorno che coincide con il mio ritorno a casa, in cui mi avvicino di più sempre di più al mondo dell’infanzia percependolo, comprendendolo. Io, da anziano, vedo la sofferenza dei miei nipotini quando sono infelici senza bisogno di parlare, e non sono il nonno che porta i nipotini al parco, mi annoierei da morire, però li intuisco tantissimo attraverso la vulnerabilità: diventando sempre più vecchio sono diventato più vulnerabile come lo sono i bambini. Io piango e rido molto di più di quanto non piangessi e ridessi quando ero un adulto sano , energico, combattivo. Adesso sono una persona molto più fragile, ma capisco di più tutto. e sono molto migliorato. Capisco il mio prossimo e capisco l’infanzia. E’ cominciato ad aprirsi e spalancarsi un mondo immaginario che mi è mancato per sessant’anni della mia vita e si dispiega davanti a me. Ecco perché il Natale di una persona anziana è come il Natale di un bambino.
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