Mutilazioni genitali femminili: 6 febbraio, una giornata per dire ‘no’

Mutilazioni genitali femminili: 6 febbraio, una giornata per dire ‘no’

Oggi, 6 febbraio, è la Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali femminili

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Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili – Oggi, giovedì 6 febbraio, si celebra in tutto il Mondo la Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (Mgf), istituita dalle Nazioni Unite nel 2003 per diffondere quella che, in alcuni Paesi, rimane una delle pratiche tradizionali che più viola i diritti di numerose donne. Sono oltre 140 milioni le donne e le bambine che hanno subito l’infibulazione o altre mutilazioni genitali e il numero è in continua crescita: nell’ultimo anno sono oltre 3 milioni i nuovi casi di cui l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è a conoscenza.

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Mutilazioni genitali femminili, fenomeno diffuso in tutto il Mondo – Sono all’incirca 40 i Paesi in cui ancora oggi viene messa in atto questa pratica: le nazioni in cui si registrano il maggior numero di donne che hanno subito mutilazioni genitali sono la Somalia e il Sudan del Nord, seguiti dalla Sierra Leone e da Gibuti, Gambia e Liberia. I Paesi africani sono dunque quelli in cui in maniera più frequente si presentano questi casi; ma sbagliamo a pensare che questi siano lontani dalla nostra realtà, quella europea, solitamente considerata più avanzata: in Italia si stima che siano 40mila le vittime di queste pratiche barbariche, il dato più alto registrato in Europa, che conta all’incirca 500mila casi. Non sono estranee alle Mgf neppure l’Inghilterra, dove nella sola Londra si contano oltre duemila vittime in tre anni, e la Francia, protagonista di oltre 100 condanne ai danni di persone accusate di aver praticato mutilazioni su bambine.

La pratica dell’infibulazione – In Africa dicono: “Come una colomba…”, facendo riferimento alla vulva delle donne infibulate, cucita, liscia e piatta. Durante questa pratica, che consiste nell’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, vengono lasciati aperti solo due piccoli buchi: uno per l’urina e uno per il sangue mestruale. Più i buchi sono piccoli, maggiore è la purezza della donna. Una donna mutilata nella sua vita non proverà mai un orgasmo e non sarà libera di avere rapporti sessuali. Le suture, infatti, che spesso vengono fatte su bambine, vengono scucite solo dopo il matrimonio (defibulazione), pratica eseguita direttamente dallo sposo per permettere alla donna di consumare l’unione e in seguito di partorire. Dopo ogni parto viene poi effettuata una nuova infibulazione per ripristinare la situazione prematrimoniale.

Battesimo del dolore – La mutilazione genitale femminile non è altro che un ‘battesimo del dolore’, una violenza vera e propria compiuta a danno di milioni di donne, spesso ancora bambine, che si vedono private di una parte fondamentale del proprio essere. Questa pratica, giustificata come tradizione o come fervore religioso, altro non è che una inaccettabile violazioni dei diritti di una donna, torturata, violata, mutilata. Gravi sono le conseguenza sul piano psicofisico, sia nell’immediato (molte sono le donne che muoiono per emorragie ed infezioni, anche perché spesso tali pratiche vengono messe in atto in luoghi non sterilizzati), sia successivamente, soprattutto al momento del parto.

Photo Credit | NOMGF