Hawa Abdi Dhiblawe, l’attivista che ha salvato 90mila profughi

Hawa Abdi Dhiblawe, l’attivista che ha salvato 90mila profughi

Hawa Abdi Dhiblawe, attivista somala e prima donna ginecologo della sua Nazione, ha salvato dal 1991 oltre 90mila profughi in fuga dalla guerra civile.

L’attivista somala – Hawa Abdi Dhiblawe è un medico e attivista per i diritti umani di origine somala. Nata nel 1947 a Mogadiscio, dopo una vita dedicata al sostegno dei rifugiati, è stata candidata al Nobel per la Pace nel 2012. La donna ha trascorso più di 22 anni nel Coridoio di Afgooye, una regione difficile situata a nord-ovest della capitale somala. Nel corso di questo periodo ha offerto riparo a oltre 90 persone nel suo giardino, trasformatosi in un campo profughi.

Hawa Abdi Dhiblawe

Il premio Cultura mediterranea – “Per lo più sono venuti donne e bambini in fuga dagli orrori della guerra civile. Fanno tutti ormai parte della mia famiglia. Le mie figlie, Deqo e Amina, sono diventate dottoresse e ora lavoriamo tutte insieme” ha dichiarato la donna, giunta a fine settembre a Cosenza per ritirare il premio Cultura Mediterranea. Hawa, insieme alla figlia Deqo, gestisce una Fondazione, sorta a partire da un piccolo ambulatorio in provincia.

La storia di Hawa Abdi Dhiblawe – “Mia madre rimase incinta del suo settimo figlio quando io avevo appena 11 anni. Mentre la sua pancia cresceva, lei era sempre più debole e sofferente. La morte in Somalia può arrivare attraverso le violenze, le malattie o anche il parto. È per questo che sono diventata un dottore, una ginecologa, perché volevo risparmiare ad altri le sofferenze che avevo patito io. Io sono cresciuta in tempi molto diversi, la Somalia era un Paese diverso. La mia Mogadiscio era il posto migliore di tutta l’Africa. Nelle zone rurali, i bambini avevano latte fresco, carne fresca e aria fresca. La vita era molto semplice e molto tranquilla” ha raccontato Hawa, che dopo la laurea all’università di Kiev divenne la prima donna ginecologa nell’intera Somalia.

Le difficoltà degli anni ’90 – La situazione subì un mutamento radicale nel 1991, con la caduta del governo di allora. “Sempre più persone vennero all’ambulatorio e a casa in cerca di un rifugio dai combattimenti delle città. Mi sembrò doveroso dare a tutti un posto per dormire e sentirsi sicuri. Piano piano si sparse la voce e aumentava la gente che bussava alla nostra porta. Quando nella nostra casa non ci furono più letti liberi, le famiglie dormivano fuori sotto gli alberi del nostro giardino. Non è sempre stato facile, negli anni abbiamo temuto per la nostra vita: più volte mi sono trovata di fronte ai guerriglieri”.

La situazione attuale – La situazione del Paese è ancora difficile: “Il governo è ancora troppo debole. Non riusciamo ancora ad avere una stabilità, alcuna sicurezza. E le vere vittime di questa tragedia sono proprio le donne e i bambini. La Somalia sta soffrendo da 22 anni ininterrottamente. L’emergenza oggi è la mancanza di lavoro. Con la guerra, era impossibile lavorare, produrre, sfamare la propria famiglia. E la conseguenza è che nei campi i bambini muoiono per fame. Non per malattie incurabili: è la malnutrizione che se li porta via”.

L’educazione – Anche l’educazione è un problema: “Nel nostro campo c’è una scuola elementare che di fatto copre fino alle medie, dalla prima all’ottava classe. Il prossimo anno creeremo anche una scuola superiore. Ovviamente dobbiamo fronteggiare diversi problemi: mancanza di fondi, di insegnanti, di spazi e attrezzature. Ma nonostante tutto, il 25% dei nostri bambini riceve un’istruzione di base”.

L’istruzione per le bambine – La situazione per le bambine è ancora più difficile: “I figli sono fonte di reddito per le loro famiglie, soprattutto  le bambine che si occupano, a loro volta, della gestione degli altri piccoli e della casa. Per questa ragione, stiamo cercando di aprire questa un asilo dove le famiglie possono portare i neonati. E finalmente anche le bambine potranno andare a scuola” ha aggiunto Deqo, figlia di Hawa.

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