Giornalisti: quando si muore nei Paesi di pace

Giornalisti: quando si muore nei Paesi di pace

Nel 2015 i due terzi dei giornalisti uccisi hanno perso la vita in Paesi in cui non è dichiarata alcuna guerra. Ma una guerra evidentemente c'è, ed è quella delle organizzazioni non statali nei confronti dell'informazione. È arrivato il momento di tutelare realmente una categoria esposta a così ampi rischi.

Sono 110 i giornalisti che nel 2015 hanno perso la vita a causa del proprio lavoro. Un lavoro quello del giornalista, in particolar modo del reporter, che spesso costringe chi lo pratica a mettere in conto dei rischi seri per la propria vita, specialmente quando si accetta di intraprendere una missione in un Paese che si trova dichiaratamente in uno stato di guerra. Nel 2014 infatti due terzi dei giornalisti che hanno perso la vita sono stati uccisi proprio in zone di guerra, ma il dato veramente preoccupante di questo 2015 è un cambiamento di tendenza.

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TRAGEDIE NEI PAESI IN PACE – Nel 2015 le tragedie che hanno colpito la categoria dei giornalisti sono avvenute, nella maggior parte dei casi, in Paesi in cui la guerra non c’è (almeno formalmente) ma in cui la criminalità teme particolarmente la stampa. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’organizzazione ‘Reporter senza frontiere‘: 67 inviati sono stati uccisi mentre svolgevano il proprio lavoro, 43 sono scomparsi in circostanze misteriose, due terzi di questi morti sono stati contati in Paesi in pace. Quest’ultimo dato è particolarmente preoccupante perché mentre un inviato di guerra è consapevole dei rischi della propria missione, e certamente più preparato ad affrontare situazioni pericolose, anche tradizionali cronisti, oppure i cosiddetti ‘citizen journalist’, giornalisti non professionisti, ma anche fonici, tecnici e cameramen, sono sostanzialmente esposti agli stessi rischi dei reporter di guerra.

LA MINACCIA DEI GRUPPI NON STATALI – Questa situazione di pericolo è dunque alimentata da organizzazioni parallele agli Stati, che sono purtroppo in grado di creare un clima di guerra anche in zone in cui i conflitti non sono dichiarati. Il più noto tra i gruppi non statali è quello dei jihadisti dell’Isis, ma pericolosissimi sono anche i gruppi di sunniti e sciiti che di fatto combattono una vera e propria guerra civile nello Yemen, per non parlare dei narcos che in Messico mietono continuamente vittime. Christophe Deloire, segretario generale di Reporter senza frontiere, ha espresso la necessità di creazione di un meccanismo specifico di protezione dei giornalisti. È arrivato il momento, secondo il rapporto di Rsf di nominare “un rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per proteggere i reporter”, una tutela la cui necessità, ora come non mai, è sotto gli occhi di tutti.

Credits Amiel Nkuliza

Chiara Di Macco

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