In dialogo con la teologa Marinella Perroni: il fascino di stare sulla soglia

In dialogo con la teologa Marinella Perroni: il fascino di stare sulla soglia

Il nostro dialogo con la teologa Marinella Perroni che ci parla del fascino di stare sulla soglia

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“La parola e la Polis. Percorsi biblici, teologici, politici. Omaggio a Marinella Perroni” è un volume di saggi dedicato alla nota biblista e teologa Marinella Perroni che le sarà consegnato l’11 dicembre prossimo durante un Atto Accademico al Pontificio Ateneo S. Anselmo in cui è, da molti anni, docente stabile. Dopo questo ultimo semestre di insegnamento, infatti, avrà inizio il suo emeritato. Si tratta dunque di un momento importante per lei, dal punto di vista professionale, ma anche per la sua Facoltà che l’ha vista sia come studente che come docente. Si tratta anche però di una bella sorpresa che le hanno voluto fare, oltre all’Ateneo S. Anselmo, anche il Coordinamento delle Teologhe Italiane, di cui è stata fondatrice e Presidente per un quasi un decennio, e Biblia, Associazione laica di cultura biblica, di cui è vicepresidente.

“Quale teologia oggi? Il fascino e la fatica di stare sulla soglia” è il titolo della lectio magistralis che aprirà l’Atto Accademico e avrà la forma di una conversatio tra una scrittrice italiana (lei preferirebbe sicuramente che dicessimo “sarda”), Michela Murgia, e Antonio Autiero, un teologo italiano che, dopo molti anni di insegnamento in Germania, oggi vive a Berlino. Un tema originale che ci riconduce a problematiche attuali. Perché questa scelta professoressa Perroni?
Un atto accademico prevede sempre una lectio magistralis. Il libro che mi è stato dedicato esprime però molto bene che per me fare teologia ha significato attraversare mondi diversi, non solo quello accademico. I due professori che lo hanno curato, Cristina Simonelli e Pius-Ramon Tragan, hanno voluto allora che il volume fosse, per quanto possibile, poliedrico, e hanno invitato a collaborare sia studiosi di Sacra Scrittura, sia anche colleghi e amici che provengono da diversi ambiti culturali, politici e sociali con i quali io, proprio in quanto biblista, sono entrata in dialogo. Anche la lectio magistralis, allora, doveva esprimere questa stessa dinamica dialogica interna. Il tema scelto esprime dunque molto bene come io, in tutti questi anni, ho capito cosa significava per me essere teologa. Ho studiato e praticato la teologia – ma l’ho anche profondamente amata – restando ben consapevole che, essendo io inesorabilmente laica, per scelta prima ancora che per prescrizione ecclesiastica, dovevo “restare sulla soglia” e fare teologia non in prospettiva clericale, come quasi tutti i miei compagni di studi e buona parte dei miei colleghi. Stare sulla soglia ha avuto un grande fascino, anche se è costato fatica e ha comportato alcuni rischi. Le donne della mia generazione, d’altro canto, hanno capito molto bene che dovevano essere capaci di restare sulla soglia perché, quando ci clericalizziamo mascherandoci chierici più o meno mancati, facciamo un danno non soltanto a noi stesse, ma anche alla stessa Chiesa, a cui viene a mancare la prospettiva della laicità della fede e della laicità della teologia. Stare sulla soglia, d’altra parte, è una risorsa, è una grande opportunità. La soglia è un luogo che comporta un entrare e un uscire, un luogo che implica la capacità di fare della teologia un pensiero esportabile, dialogante. Se prima lo studio accademico della teologia doveva servire alla formazione del clero, oggi, sia pure molto lentamente, la presenza di laici, tra cui anche numerose donne, perfino nelle Facoltà Pontificie la “soglia” diventa un vero e proprio punto prospettico a partire dal quale pensare Dio e dire Dio non più fuori del mondo, ma dentro il mondo e non più per il mondo, ma con il mondo. Qui sta il fascino, anche se la soglia è luogo faticoso, bisogna saperci stare e, se non ti è possibile sentirti nella cittadella in cui si custodisce la verità di Dio, non devi però neppure soffrire di un complesso di esclusione.

Tanti anni della sua vita trascorsi a S. Anselmo: un bilancio
Esco da S. Anselmo dopo quarantasei anni di vita trascorsa in questo Ateneo come studente e come docente. In questa Istituzione accademica sono stata formata da professori e uomini di Chiesa che vivevano pienamente lo spirito del Concilio, e dunque che avevano un ampio respiro intellettuale e teologico, ma anche un atteggiamento di apertura rispetto alle novità che il Concilio portava con sé. Coniugavano tutto questo, poi, con la grande virtù dell’ospitalità benedettina. Questo è diventato un ulteriore elemento che mi ha consentito di radicarmi qui e di starci bene. Ho dato vita al Coordinamento delle Teologhe italiane di cui sono stata Presidente per nove anni e di cui, attualmente, è Presidente Cristina Simonelli. Anche in questo caso, sono stati anni molto intensi, di scoperta di qualcosa di importante e di necessario, di decisione di prenderci una responsabilità pubblica in una Chiesa come quella italiana ancora perplessa (è forse un eufemismo!) di fronte alle novità che le teologhe pretendevano di rappresentare anche dal punto di vista della prospettiva teologica, non soltanto della distribuzione degli spazi dell’insegnamento. Il Coordinamento ha incontrato, inevitabilmente, alcune resistenze, del tutto prevedibili, ma ha anche guadagnato spazi di fiducia e di stima che hanno preparato la nostra Chiesa a quanto papa Francesco chiede con insistenza, cioè un maggiore riconoscimento delle donne in tutti gli ambiti ecclesiali.

E la sua esperienza in campo internazionale?
Noi teologhe italiane ci siamo accodate a quanto già da diverso tempo esisteva e guadagnava credito nelle università di tutto il mondo in cui da tempo erano stati istituiti dipartimenti di studi di genere e, facendo parte dei diversi ambiti accademici anche gli studi teologici, vi avevano trovato spazio anche la teologia femminista e quella di genere. Non che all’estero le donne e, in particolare, le donne teologhe non abbiano incontrato difficoltà e resistenze. E’ pur vero però che, quando siamo arrivate noi, abbiamo agganciato un treno che era già in corsa da tempo. Abbiamo stretto rapporti con l’associazione delle teologhe europee, di cui una di noi, Adriana Valerio, è stata anche per un certo tempo Presidente. Abbiamo partecipato a iniziative europee e abbiamo potuto constatare quanto le richieste delle donne siano state un interrogativo, una pretesa, una proposta, una provocazione. Se nei diversi paesi d’Europa lo studio e l’insegnamento della teologia da parte delle donne è ormai collegato o alla carriera universitaria o alla preparazione al ministero ecclesiastico, in Italia il motivo per cui molte donne, anche giovani, scelgono oggi di iscriversi alle Facoltà teologiche resta in prima istanza la passione per la teologia. In Italia solo da pochi anni è cominciata una certa professionalizzazione dei titoli teologici, ma sempre con grande difficoltà e per molte di noi, diversamente che per i chierici, vale totalmente l’adagio “Theologia non dat panem”. Ciò significa, però, che in quelle che la praticano l’interesse per una fede in grado di cercare e di pensare è forte, a volte appassionato.

Cosa si augura come teologa?
Innanzi tutto che le teologhe che fanno parte del Coordinamento possano sempre più affiancare alla passione per la teologia anche la possibilità di arrivare al conseguimento del dottorato e, quindi, all’insegnamento nella Facoltà teologiche. Nella nostra associazione c’è un gruppo di teologhe affermate, accademicamente riconosciute e che si sono potute sintonizzare con le colleghe di altri paesi. Solo un gruppo, però, perché molte, pur avendo conseguito i titoli, non possono però spenderli in diversi ambiti lavorativi. Anche perché in Italia è ancora molto diffusa l’idea che gli studi teologici non abbiano una vera valenza culturale, ma siano esclusivamente finalizzati alla vita interna della chiesa. Bisognerà vedere quali tempi richiederà il processo avviato da papa Francesco, anche se credo che alcune conferenze episcopali siano andate già decisamente più avanti. Ripenso all’impressione che fece il fatto che Paolo VI abbia accettato di invitare al concilio Vaticano II, sia pure solo come uditrici tenute all’osservanza del silenzio, ventitré donne che venivano da alcune chiese locali. Studiando le loro storie si è visto però che quasi tutte rivestivano dei ruoli molto importanti all’interno delle loro chiese nazionali o continentali. Come d’uso, non cera di loro alcuna traccia nelle narrazioni ufficiali che continuavano a far pensare che la chiesa fosse animata e guidata unicamente da uomini. La realtà non era questa già allora e tanto meno lo è oggi. Per questo non dobbiamo stancarci di pretendere che si arrivi finalmente a insegnare una storia della Chiesa del passato e a fare una cronaca della Chiesa del presente in grado di rendere ragione di tante figure che sono state e sono protagoniste di quelle continue riforme che hanno permesso alla Chiesa di essere l’unica istituzione che è riuscita a sopravvivere a due millenni di storia.

Lei, professoressa Perroni, si definisce una teologa femminista e ha affermato più volte che non esiste “la donna”, ma esistono “le donne”. Che significa?

Non ho mai rinunciato a definirmi teologa femminista, sperando sempre che ci si preoccupasse di capire cosa significa invece di reputarla un’aggressione. Uno degli insegnamenti che vengono dal femminismo è proprio quello di prendere le distanze dalle definizioni con cui si è andata costruendo un’immagine di “donna” che doveva rispondere ai desideri, alle aspettative, alle paure e alle necessità degli uomini. Qualcuno si è mai preoccupato di definire l’ “uomo”, non nei termini astratti dell’essere umano, ma in quanto maschio, di farne oggetto di speculazioni, enfatizzazioni, sublimazioni, mortificazioni e via dicendo…? Le donne, molto più degli uomini, sono prigioniere di stereotipi che esse stesse hanno contribuito solo in minima parte a costruire. Demolire questo significa fare spazio alle donne reali. Non esiste la “donna teologa”, ma donne che, nelle diverse situazioni, fanno teologia. E speriamo che questa nostra faticosa marcia verso la costruzione di identità reali possa aprire la strada a un nuovo modo di pensare la differenza di genere anche da parte degli uomini.

Quanto le donne oggi hanno preso consapevolezza di sé?
Alcune donne soltanto, purtroppo, perché ce ne sono ancora troppe che si fanno ammazzare dagli uomini. E dipende solo in parte da loro, perché è la cultura che hanno respirato e l’ostinata preclusione della nostra cultura italiana, perfino quella universitaria, a rifiutare il femminismo dovrebbe essere ritenuta la prima responsabile delle infinite forme di femminicidio, cruente o meno, che continuano a consumarsi nei nosri ambienti. Non sono pochissime, però, quelle di noi che stanno contribuendo a trasformare modi di pensare e di agire che ancora perpetrano un’inaccettabile asimmetria dei diritti e delle possibilità tra uomini e donne. Molte donne, anche spesso a prezzo di grandi fatiche e di sofferenze, hanno appreso a reagire con consapevolezza di sé e del mondo e cominciano a elaborare e a trasmettere una nuova cultura delle donne che superi quell’idea del “femminile” che le ha rese troppo spesso dipendenti dal padre, dal marito, dai figli, facendo loro credere che si chiamasse “amore”.

Nel suo breve intervento nel libro curato da Cettina Militello e Serena Noceti, “Le donne e la riforma della Chiesa” lei ha affermato che il nostro è un tempo di trasformazione repentina, la parola riforma viene usata in modo compulsivo, martellante, soprattutto dalla politica, dall’informazione e il cittadino viene costantemente interpellato, ma anche colpevolizzato, riguardo alla sua disponibilità a continue riforme. Si è poi chiesta se la storia non attesta che le autentiche trasformazioni storiche non siano avvenute grazie alle rivoluzioni piuttosto che alle riforme. Una questione, questa, che incute terrore perché rivoluzioni e guerre, con i totalitarismi che le favoriscono e le accompagnano, hanno sempre comportato delle terribili battute d’arresto alla causa delle donne, costretta sempre a regredire dalle posizioni acquisite in epoche di pace.
Per questo mi vanto di essere femminista. Il femminismo è una grande rivoluzione, strutturale, profonda, che cambia il panorama dell’umano, una rivoluzione che avanza ormai da più di un secolo senza portare con sé né guerre né fame né lutti. Fa sorridere che le femministe siano state accusate di violenza solo perché hanno preteso di cambiare uno status quo oppressivo gridando nelle piazze con le loro voci e non con i cannoni! Saprà la Chiesa, che Paolo VI definì “maestra di umanità”, accettare la rivoluzione femminista che la invita a prendere piena consapevolezza dell’umano?

Sabina Caligiani