“C’e qualcosa di vero” di Barbara Fiorio. La forza di saper credere

“C’e qualcosa di vero” di Barbara Fiorio. La forza di saper credere

Nel romanzo di Barbara Fiorio, intitolato “Qualcosa di vero “ ed edito da Feltrinelli nel 2015, dramma e ironia si intersecano, si intrecciano, si abbracciano

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«Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi». (Gilbert Keith Chesterton)

C’è qualcosa di vero in ogni sogno regalato da un racconto o venduto da un pubblicitario. C’è qualcosa di vero in ogni incubo notturno che tormenta un bambino o in cui si crogiola un vecchio. C’è qualcosa di vero in ogni fiaba, quando il tempo perde l’orologio e lo spazio perde la bussola, per giungere, seguendo i sassolini di Pollicino, nel regno del Mito dove la fantasia si concede alla realtà, per renderla autentica affidandola all’eterno della narrazione.

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Nel romanzo di Barbara Fiorio, intitolato “Qualcosa di vero “ ed edito da Feltrinelli nel 2015, dramma e ironia si intersecano, si intrecciano, si abbracciano, come in ogni storia che rispetti la vita e la sua natura prismatica. Giulia è una pubblicitaria che non crede nell’amore vero; Rebecca è una bambina che cerca qualcosa in cui credere; Lorenzo è un giovane che trova il modo di credere, nonostante tutto; Anna è una madre che ha smesso di credere alla felicità: questi personaggi sono tutti tessere di un puzzle che compone una storia a cui bisogna credere, perché qualcosa di vero, a cui darsi con fiducia, esiste.

Il libro mette nero su bianco una lotta per la verità intrapresa fra due fazioni: la versione truculenta delle fiabe, ossia quella originale trasmessa dai Fratelli Grimm, da Perrault e da Andersen, in cui sgorgano sangue, sesso, morte e condanna; e quella edulcorata della Disney, in cui le principesse hanno bei capelli, vestiti rosa e principi che le baciano per salvarle. Attraverso un romanzo intenso, con colpo di scena finale che incastra l’incantesimo in una cruda realtà, quanto quella delle fiabe tradizionali, il lettore è portato a riflettere sul ruolo paideutico della narrazione che è un modo per preparare i bambini ad affrontare la vita, quella vera.

Possiamo e dobbiamo davvero proteggere i figli e gli alunni dalle brutture del mondo o, invece, è nostro compito insegnare loro a riconoscerle? Possiamo e dobbiamo insegnare loro a credere e a lottare per il trionfo del bene? Possiamo e dobbiamo insegnare loro che anche i coetanei vestiti da principi e principesse possono essere “bulli”? Possiamo e dobbiamo insegnare loro che i mostri temibili sono quelli che vivono oltre la carta, fatti di carne e ossa e a volte perfino appellati “mamma” e “papà”? Possiamo e dobbiamo insegnare loro che i draghi che sputano fuoco possono avere, in realtà, un cuore morbido e dolce come una torta alla nocciola?

Di sicuro sappiamo che le fiabe detengono qualcosa di estremamente vero, o non sentiremo il bisogno di sentircele narrare, prima di varcare, la notte, la porta dei sogni, dove, forse, secondo alcuni, fra cui Shakespeare, c’è il mondo platonico delle Idee, dove il vero è assoluto.

Emma Fenu