Marina Ripa di Meana: Spregiudicata, Amica degli Animali e Femme Fatale

Marina Ripa di Meana: Spregiudicata, Amica degli Animali e Femme Fatale

Aveva 76 anni Marina Ripa di Meana quando si è spenta lo scorso 5 gennaio 2018: da oltre 16 anni combatteva contro il cancro, come lei stessa aveva raccontato, «Troppa sofferenza, ho pensato al suicidio assistito» aveva dichiarato nel suo video testamento che ha lasciato tutti sotto choc. Marina era nata a Reggio Calabria il [...]

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Aveva 76 anni Marina Ripa di Meana quando si è spenta lo scorso 5 gennaio 2018: da oltre 16 anni combatteva contro il cancro, come lei stessa aveva raccontato, «Troppa sofferenza, ho pensato al suicidio assistito» aveva dichiarato nel suo video testamento che ha lasciato tutti sotto choc. Marina era nata a Reggio Calabria il 21 ottobre 1941, eclettica presenza televisiva, scrittrice, stilista, in gioventù aveva avuto un suo atelier in Piazza di Spagna con l’amica Paola Ruffo di Calabria, grande opinionista di salotti e protagonista della vita mondana romana, era stata sposata con Carlo Ripa di Meana.  Ma chi era la trasgressiva ed eccentrica Marina Ripa di Meana?

Marina Ripa di Meana: una “vita sotto i riflettori”

L’intera sua esistenza è stata sempre sotto i riflettori: negli anni ’70 Marina fu protagonista di una tormentata relazione sentimentale con il pittore Franco Angeli. Della sua esperienza sentimentale racconta nel libro “Cocaina a colazione” (2005) di essere arrivata perfino a prostituirsi per poter riuscire ad acquistare la droga al suo amante. “L’ho amato di un amore folle. Così folle che, per procurargli la droga, ho fatto di tutto. Compreso prostituirmi”, ricorda Marina nel suo libro. Negli anni 80 ebbe grande successo il suo primo best seller «I miei primi 40 anni», da cui fu tratto anche un film (il suo personaggio era interpretato da Carol Alt); è stata anche regista del film «Cattive Ragazze» del 1992 e si è messa in gioco come concorrente al «La Fattoria» nel 2009. Più volte ha preso parte a campagne ambientaliste e animaliste al fianco del marito contro le pellicce. Era il 1996 quando la trasgressiva e mondana Marina Ripa di Meana suscitò un clamore incredibile posando completamente nuda per l’Ifaw, il Fondo internazionale per la protezione degli animali. Le braccia incrociate, un fisico scultoreo ancora a 54 anni e la scritta all’altezza delle cosce “L’unica pelliccia che non mi vergogno d’indossare“. Della campagna contro le pellicce Marina in un’intervista ha dichiarato ”non ho avuto problemi a posare nuda avevo pensato ad una frase diversa per lo slogan “meglio nuda a 50 anni che con la pelliccia a 20”. Dalle contestazioni clamorose, Marina Ripa di Meana passò anche alla realizzazione di collezioni di pellicce ecologiche: caban che imitavano l’astrakan, con colli ad anello rosso bordeaux, verde, viola, cappotti simil-lontra, capospalla in eco-pelo maculato.

Marina: la “Femme fatale” secondo Sgarbi

Da femminista ha sottomesso i maschi, è stata un personaggio di passaggio d’epoca. Un caso interessante di femminismo non classico, non antagonista al maschio. Il modo migliore per piegare un uomo è sedurlo e Marina è riuscita a essere femminista sottomettendo i maschi“, Vittorio Sgarbi la vuole ricordare così Marina Ripa di Meana dopo aver combattuto da leonessa una lunga lotta contro il cancro. Sgarbi ricorda anche il famoso episodio in cui Marina Ripa di Meana gli versò addosso la pipì, “piscio d’artista“, perché non aveva esposto una sua foto. “Era parte della sua natura provocatoria che non alterava il suo temperamento giocoso e divertente. Era una donna voluttuosa e decadente. Poi ci siamo riappacificati, […] la conoscevo da tanti anni. Ci vedevamo tranquillamente e sapevo che stava male“, ha commentato il critico d’arte.

Marina Ripa di Meana “era bella, una figura interessante. Ha rappresentato una fase evoluta della femme fatale. E’ riuscita a rovesciare le parti uomo-donna in un momento in cui la parità era molto complessa. Adesso le donne fanno quello che vogliono. Lei è stata uno dei primi casi“, ha voluto ricordarla così Vittorio Sgarbi all’indomani della sua morte.

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