Il diavolo veste Prada, quando Anne Hathaway ero io

Il diavolo veste Prada, quando Anne Hathaway ero io

Vi racconto la mia esperienza di stagista, quando mi sono sentito Anne Hathaway in 'Il diavolo veste Prada'.

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Vi siete mai sentiti nei panni della protagonista de Il diavolo veste Prada, a ricoprire un posto per cui più di qualcuno ucciderebbe? Io si e vi racconto la mia esperienza.

il diavolo veste prada

Il diavolo veste Prada

Il diavolo veste Prada è un film cult già a partire dalla sua uscita nel 2006. Non esattamente impegnativo, ma che a suo modo fa riflettere sulla propria carriera, sulle relazioni, su sé stessi; in breve, un film che si riguarda sempre volentieri, in televisione o online. Che siate amanti della moda o la ignoriate totalmente, almeno una volta avrete visto Anne Hathaway correre con il caffè Starbucks in mano verso gli uffici di Runaway e sicuramente vi sarete sentiti un po’ sfigati o insoddisfatti in qualche momento della vostra vita lavorativa, esattamente come la protagonista Andrea.

La mia esperienza

La capa fashion e bellissima? La collega stronza con la puzza sotto al naso? L’ambiente superfigo in cui pensate di non c’entrare assolutamente nulla? Mansioni totalmente opposte rispetto a ciò in cui siete ferrati o per cui avete studiato? Beh, io ho vissuto tutto ciò! Sono tutti i sintomi della sindrome dello stagista, che si presentano in qualunque tipo di impresa vi troviate. Personalmente, non contento del primo, di tirocini ne ho fatti ben due. Furbo penserete. Non troppo, ma l’idea mi affascinava e le circostanze lavorative me lo permettevano. Ed è proprio del secondo che sono qui a parlarvi, lo stage in cui mi sono improvvisamente sentito catapultato nei panni di Andy nel film di David Frankel.

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Fuori posto?

A qualche mese dalla fine del primo stage, feci un colloquio con la direttrice di una rivista di moda, arte, design e viaggi di Barcellona. Ed è qui, già da subito, che mi sentì Anne Hathaway per la prima volta! L’ufficio era un loft moderno appena ristrutturato, con spazio per gli shooting, caffè decente, scrivanie di design, qualche computer Apple sparso qui e la. La mia Miranda Priestley è qualche anno più giovane del personaggio del film, bella quasi quanto lei e apparentemente disponibile e gentile! Una trappola? Beh, ancora non so dirlo.

La vita in ufficio

L’ufficio è dog-friendly, filosofia in linea con la mia, così ogni giorno degli otto mesi trascorsi a ricoprire praticamente tutti i ruoli necessari per la gestione di una rivista, stampata e online, sono stati accompagnati da un barboncino bianco tenerone e un bracco tedesco pelo corto con una costante voglia di giocare. L’ambiente internazionale rendeva il tutto ancora più stimolante. La parte divertente, quella che mi faceva sorridere e sentire decisamente come Andy, erano le occhiatacce relative al mio look non proprio all’ultima moda. Tranquilli, a differenza del film, questo non è per nulla cambiato! Sciocchezze a parte, nemmeno dopo questa esperienza è arrivata un’offerta di lavoro seria, ma si che posso affermare di aver imparato molto a livello professionale.

LA stagista

Paragrafo collega stronza. Eravamo in pochi a lavorare nella sede fisica della rivista: la grande, sempre elegante e magra capa, una stagista (o meglio LA stagista, attenendoci al suo atteggiamento) e.. io, quello chiaramente fuori luogo! Laureanda in marketing applicato al settore moda al ‘prestigioso’ IED pagato da mammina e papino, Elena, era super professionale. Sfoggiava vestiti firmati, parlava dei suoi weekend trascorsi a sciare in Andorra, delle feste private con i colleghi nababbi, del relax nella palestra più chic della città, di quanto amasse sorseggiare del buon vino bianco.. bla bla bla. Dalla mia poltrona arrivavano grandi sbadigli misti a qualche sorriso di circostanza, mentre con un orecchio ascoltavo lei perdersi nei suoi racconti di ventenne in carriera e con l’altro i Die Antwoord ad accompagnarmi nella prima fase della giornata: il calendario editoriale e le email.

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Qualche soddisfazione

Elena non salutava né all’arrivo, né all’uscita, ovviamente non salutava me! Approcciava i cani con un ‘pat pat’ sulla testa e si concentrava sulle sfilate milanesi, parigine, londinesi e sull’elaborazione di immagini con InDesign. Per rendere meglio l’idea, anche quando un giorno in ufficio si presentò Shakira per uno shooting, lei con aria snob mi spiegò di averla già incontrata in un ristorante, in compagnia del suo amato calciatore biondo. La grande capa, un giorno, dalla sua postazione situata alla mia sinistra, mi disse che quello era stato l’ultimo giorno dello stage di Elena, conclusosi con tre mesi di ancitipo. Dopo trenta lunghi di convivenza forzata uscì da lavoro con una lieve soddisfazione: la mia versione di Miranda mi confessò che era certamente ferrata su abiti e accessori, ma non era tanto brava quanto me!

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Concludendo

Avere un punto di vista differente, provenire da un ambito, contesto o paese diverso, può spesso rivelarsi un vantaggio. Basta saperlo gestire e mettere passione in ciò che si fa. Un po’ come per Anne Hathaway, nemmeno per me è stato facile mettere un punto a quell’esperienza. Ero fuori posto? Forse. Ho imparato qualcosa? Beh si, tanto. Me ne pento? Assolutamente no! Sentirsi bruttini, osservati, non stilosi come il resto del mondo è divertente se lo si vive con ironia e sicurezza. Una persona a me molto cara, che ha recentemente iniziato a lavorare per un brand italiano famoso mi ha confessato di aver guardato Il diavolo veste Prada un paio di volte nei giorni prima dell’inizio ufficiale, citandomi frasi e mimando scene a memoria. Parliamo di un film, ma esperienze di questo genere capitano davvero! 

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